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NORDIC WALK passeggiata descrizione

La passeggiata inizia davanti al Palazzo Comunale di Castell'Azzara. Attraversando la parte vecchia del Paese si arriva al rione Poggio davanti alla chiesa della Maestà: da qui ci si addentra nei piccoli vicoli  per salire a quota 832 mt, a quello che è chiamato "Il Poggio". Si prosegue, in salita, lungo la strada asfaltata che sale alla montagna; la strada è molto panoramica e sulla sinistra (ad Est)  si può vedere la catena degli Appennini che spazia dal M. Vettore al Gran Sasso, si scorge il M. Cimino con ai piedi la città di Viterbo ed il lago di Bolsena. Il bosco sulla destra è un rimboschimento di Pini neri risalente agli anni 60. Si giunge alla sorgente di Radipopoli da dove si ha la veduta del M. Civitella 1.107 mt. (il più alto dei monti di Castell’Azzara) e da qui si lascia la strada asfaltata e si prosegue verso il Monte Nebbiaio 1.077 mt.

Superata un’area un tempo destinata a cave di pietrisco, si entra nell’ ambiente montano vero e proprio dove iniziano le rocce calcaree (Calcareniti con Nummuliti Eoceniche) che caratterizzano la montagna più in generale: queste rocce danno origine ad interessanti fenomeni carsici che fanno dell’area di Castell’Azzara la più importante della Toscana del Sud proprio per questi fenomeni legati alla presenza di Doline, Inghiottitoi, Campi Carreggiati e numerosissime Grotte di cui una attrezzata per visite guidate. Si attraversa una località detta Sassi Spaccati e si prosegue per una ripida salita su roccia, sino alla quota 1.000 dove si gira a sinistra. Siamo molto vicini alla cima del M. Nebbiaio caratterizzato da un vistosissimo traliccio realizzato in passato utilizzato per i collegamenti legati alla sicurezza dello Stato, tra il Nord ed il Sud Italia e la Sardegna: oggi è solo ripetitore per linee telefoniche. Si attraversa un bosco misto di Cerri, Pini neri, Faggi, Aceri e Frassini e si giunge all’ultimo tratto asfaltato che conduce sulla sommità del Monte Nebbiaio (così chiamato perché nelle grigie giornate invernali è il primo a coprirsi di nebbia). Da qui la vista spazia a 360° su un’ampia parte del Centro Italia dal Monte Subasio (NE) al M. Vettore (Est)  al Gran Sasso e ultima la Maiella a Sud Sud Est, nei giorni più limpidi si vedono chiaramente. Il Lago di Bolsena con le sue isole e la Città di Viterbo. Mentre ad Est domina incontrastato il Mar Tirreno con le Isole dell’Arcipelago Toscano. A Nord la vista va subito al Monte Penna, molto caro ai castellazzaresi, al quale fanno da corona sullo sfondo il Monte Amiata ed il Monte Labro. Ben quattro le regioni che si possono toccare con la vista: Lazio, Umbria Marche ed Abruzzo e nei giorni invernali particolarmente limpidi, si vede la Corsica con le sue montagne innevate. Non a caso un poeta noto nelle Provincie di Siena e Grosseto, Idilio Dell’Era, definì in una sua poesia: “Castell’Azzara dominatrice dell’infinito.”

La passeggiata prosegue per una lunga discesa per una comoda strada carrabile e nello scendere si attraversa prima un denso bosco di Faggi, poi tratti di rada vegetazione di Pini neri e quindi un bosco di Cerri che, nelle stagioni consentite, è meta di numerosi cercatori di Tartufi. Siamo nel cuore della Riserva Naturale del Monte Penna istituita nel 1996 ma ultimamente troppo trascurata. La discesa prosegue e si attraversano interessanti praterie su substrato calcareo. ambienti particolari e classificati come "meritevoli di conservazione" sia da Direttive U.E. che da leggi Statali e Regionali, come i boschi di Faggio.

Si prosegue la discesa sino ad un incrocio dove si prende la strada per Il Cornacchino entrando in una delle aree minerarie che è stata tra le più importanti d’Italia. Era una miniera di Cinabro (Solfuro di Mercurio ) molto diffuso nell’area amiatina come diffuse erano le miniere oggi tutte chiuse ed abbandonate.

La storia mineraria di quest'area inizia da tempi lontanissimi, come testimoniato dai ritrovamenti di utensili litici dei primordi della storia dell'uomo. Nella mappa del 1913 dell'Ing. C. De Castro viene riportata una “Linea del giacimento lavorato dagli antichi”. Il nome stesso, Cornacchino, altro non è che la trasformazione del nome Cornalino o Cornalina, da Monte Cornio che sovrasta la località, e che deriva dalla presenza di Cornalina, una roccia silicea colorata ricercata e usata da Etruschi e Greci.

In una delle prime gallerie, detta dei Francesi, venne ritrovata una grotta con una sepoltura, vasellame ed una moneta di Filippo il Macedone datata 300 circa A.C. . La storia moderna inizia nel 1872 a seguito del lavoro dell'Ing. T. Haupt consulente del Granduca di Toscana per lo sviluppo delle miniere in Toscana che segnalò all’industriale Austriaco Filippo Swazenberg la presenza di Cinabro: questi intraprese le operazioni che portarono all’apertura della Miniera.

E' stata questa una delle più terribili miniere dell'Amiata; gallerie strettissime e ancor più stretti budelli, con il materiale che doveva essere estratto in gran parte a mano con piccole carriole in legno. Non veniva usata la polvere da sparo e la meccanizzazione era quasi del tutto assente.

Di fatto tutti i lavori erano svolti con la sola forza delle braccia, spesso utilizzando i bambini e le donne per entrare e scavare nei cunicoli più piccoli. Il lavoro delle donne fu fondamentale in questa miniera. Erano utilizzate nel lavaggio del materiale estratto per arricchirlo in cinabro. La rudimentale tecnologia dei forni consentiva, infatti, il solo trattamento di materiale ricco in Cinabro asportando rocce e terre non mineralizzate e formando palle di argilla e roccia. Queste, una volta essiccate, venivano cotte nei forni. Per questo motivo le donne del Cornacchino erano dette “Pallatrici” e rappresentavano anche il 50% della forza lavoro in miniera. La miniera del Cornacchino è stata la prima dove si sono sviluppati e riconosciuti i primi casi conclamati di Silicosi (malattia professionale causata dall’espsizione prolugata di biossido di silicio), che ancora sconosciuta all'epoca, venne battezzata Cornacchinite. I piccoli edifici ed i fabbricati hanno il carattere e la tipologia costruttiva propria di certa tradizione germanica portata dai primi proprietari, gli Swazenberg. Di tutto oggi rimane una galleria detta Ritorta e visitabile su prenotazione.

Gli edifici visibili sono quelli che, a suo tempo, erano a servizio della Miniera ed oggi trasformati in agriturismo specializzato in visite a cavallo.

La discesa termina nell’area chiamata le Valli un tempo sede di importanti coltivazioni di segale e sul lato destro inizia la Faggeta, la particolarità di questo bosco di Faggi è che è a tutti gli effetti una Faggeta Sotto Quota, siamo infatti a circa mt 750 di altitudine che non è certo quella consueta alla quale vegeta il Faggio, ciò è dovuto alle particolari condizioni di questa piccola valle che presenta anche in estate, fenomeni di inversione termica ed esposta ai venti di maestrale umidi.

Si prosegue per un lungo tratto pianeggiante, contornato da boschi di Cerro e rimboschimenti di Conifere per giungere ad un Sentiero che ci porterà di nuovo al Paese. In quest’ultimo tratto si attraversa un’area un tempo dedicata all’agricoltura e ricca di piccole sorgenti che scaturiscono dalle rocce calcaree. La proprietà privata è molto presente con piccolissimi appezzamenti che sono andati sempre più frazionandosi man mano che le famiglie crescevano: oggi rimangono solo pochi prati a pascolo e piccoli residui scarsamente coltivati. Lungo il sentiero si incontrano due delle sorgenti che alimentano il paese la Sorgente Concianese e quella delle Ficoncelle, dalle acque freschissime e pure. Si giunge finalmente al traguardo, con la speranza per noi paesani, che la passeggiata lasci in voi un buon ricordo e vi possa spingere a tornare.